Sambiase ora Lamezia Terme- Paese Natale del poeta

 

 

esagerazione, dal neorealismo al realismo puro e semplice), visto che Via degli ulivi  esce proprio in questi anni, ci sarebbe l' alibi per dire che Costabile nulla abbia a che vedere con il neorealismo; ed invece bisogna riconoscere che lo splendido volumetto, opera prima di Costabile, ha abbondantemente assorbito lo spirito neorealista, proprio nel senso di privilegiare, anche in questo che, a partire da chi scrive, è stato definito un canzoniere amoroso, gli aspetti più consueti della realtà, come il lavoro dei campi, la vendemmia o il raccolto delle mefinire al dramrna di chi deve abbandonare la propria terra.

   E' perciò anomala l'appartenenza di Costabile al neorealismo, ma felicemente anomala, così come anomala e altrettanto felice e l' appartenenza al clima neorealista di poeti come Solmi, Fortini, Sereni, Caproni: sono tutti poeti che risentono della formazione stilistica e di linguaggio avuta al tempo dell 'Ermetismo, quando la scelta stilistica era anche una scelta morale.

   Veniamo allora più direttamente a parlare dell' opera prima di Costabile, costituita dallo smilzo e prezioso volumetto poetico di sole cinquanta pagine, uscito a Siena nel 1950. Strutturato in quattro sezioni, di cui la prima, "Via degli ulivi", dà il  titolo all'intero volume, è sostanzialmente, come abbiamo accennato, un canzoniere amoroso, felice definizione su cui hanno convenuto poi rigorosi critici e Umberto Bosco e Gianvito Resta, convinti che questa prima opera di Costabile sia degna di essere presa in considerazione, al pari, se non più, delle successive.

   NeI 1985 la rivista dell' Amministrazione Provinciale di Catanzaro dedicò un numero speciale al poeta 2): "Omaggio a Franco Costabile, vent' anni dopo la morte"; su mio impulso diedero il loro contributo a questo citato numero della rivista, amici, estimatori di Costabile e studiosi della letteratura italiana e meridionale in particolare. A questa prima iniziativa, a cui seguiranno altre, prese parte, con un contributo straordinario, Umberto Bosco, che scrisse su Via degli ulivi un'indimenticabile pagina dall'incipit perentorio e dal seguito non meno convinto: << Io penso che la voce poeticamente più pura di Costabile sia godibile nella prima raccolta dei suoi versi, Via degli ulivi, scritti quando Costabile era più che mai nell' ambito spirituale di Ungaretti,3) del primo Ungaretti. Si badi anche alle date. In quella raccolta la presa di posizione politico-sociale è fatta di sofferenza, non di polemica spiegata; compare anche l' amore, tema che poi sarà bandito, con tutto ciò che è un sentire privato: "Ho atteso le foglie gialle / come un'ansia d'amore. / Io non so come sono le rose."; ma vuol goderle e insieme sa che le perderà. Insieme con l'amore, la nostalgia del "paese" - un paese assai definito - predomina nel libretto, senza toni crepuscolari, anzi, con precisa nitidezza; e, direi, schivando ogni indulgenza di origine letteraria: "Dai campanili / dipinti di silenzi casalinghivoce in paese non discende ormai./ Rimane nel cielo di lillache si vuota di rondini ogni sera.Ma basta al cuoreil fumo dei comignoli,il passo di chi tornadalla via degli ulivi."

   Sulla soglia del libro, quasi programmaticamente, il poeta, ormai nella grande città, rivede in toni pacati "il paese": "Da altri sentieri / torneremo alla piana /celeste degli ulivi. / Saremo dove si leva / l'infanzia dei profumi: dove l'acqua /

non si fa nera / ma vacilla di luna: / dove i passi / avranno memoria do solchi / e le dita di melograni: / dove ti piace dormire / e ti piace amare."

   In quel volume, l' amore ha persino qualche guizzo di sensualità: "Turba / l'adolescenza del tuo petto...", ma l'amore è sempre aspettativa di dolore: "...piaci /creatura d'estatee sei dolore / nei rami del cielo;/ è aria di settembre, /d'' abbandono".

   Anche l'amore è tradito dalla vita che continua, sopravvivendo a se stessa. Ma tutto ciò scomparirà nel secondo libro, La rosa nel bicchiere, dove le punte polemiche predominano. Mentre in Via degli ulivi il "paese" era specificamente la Calabria, una "abbazia di abeti", una "piana celeste degli ulivi" come il poeta la chiama con stupende immagini, nella Rosa la nostra regione diventa essenzialmente metafora do lontananza, di solitudine, di umiliazione. Con la Calabria geograficamente intesa, scompare nel secondo libro ogni riferimento a situazioni personali. E' significativo che, come ha documentato Iacopetta pubblicando alcuni inediti, le poesie basate sull'introspezione, pur non mancando anche negli anni ultimi, sono dal poeta espunte dalle sue raccolte di versi. >>4)

   L'attenzione dedicata  da Bosco a Via degli ulivi è frutto anche della sua squisita sensibilità letteraria, affinatasi nel cinquantennio di straordinari studi dedicati al Petrarca. Questa prima opera di Costabile, comunque, su cui pochi hanno avuto la pazienza e l'acortezza  di sostare -vedremo poi gli eccellenti interventi di Frattini  e di Resta su Via -merita di essere studiata e analizzata con rigore e oggettività scientifica; anche per questo si ripubblica l'operetta nel rispetto della lezione originale, quella senese del '50, con l'inclusioni di varianti ed appendice.

    La Via comprende 34 testi distribuiti in cinquanta pagine; si va dall'eponima prima sezione di 15 poesie, alla seconda, Chitarra, di 8 poesie, alla terza, Remi  d'ossa , di  6 e alla quarta e ultima, di solo 5 poesie, Lamenti; è chiaro che i narratologi non si riferiscono a testi poetici bensì a narrazioni, ma,  riguardo al tempo della narrazione, la Via sceglie l'analessi e cioè la narrazione retrospettiva di fatti già accaduti, vale a dire che l'autore provoca, per una sua legittima scelta strategica, delle sfasature rispetto all'ordine naturale dei fatti, vere e proprie anacronie, visto e considerato che, rimanendo tra i narratologi, fabula e intreccio difficilmente possono coincidere, essendo assai più probabile uno scarto inteso a determinare particolari effetti speciali.

    Ad ogni modo, nell' atipico canzoniere amoroso che è la Via, ipotizzando in esso uno schema narrativo, gli avvenimenti sono cronologicamente sfasati, perche si è già verificato, per uno dei protagonisti della trama amorosa, il trauma dell'allontanamento e della partenza dai luoghi amati, il paese che ha fatto da sfondo alla storia erotica. Nella quarta sezione, infatti, possiamo ascoltare i "lamenti" di chi ha subito lo scacco, soprattutto esistenziale, vivendo nell'alienata realtà urbana. Ma, attenzione: Costabile, diversamente da Pavese, non si affida ciecamente e decadentisticamente al mito, non fa alcuna archetipica distinzione tra natura-campagna e città-civiltà; riconosce semplicemente e realisticamente che esiste la condizione dei dannati, di coloro che sono stati costretti ad abbandonare la propria terra, anche se, a dire il vero, qualche residuo del pavesiano Lavorare stanca permane in Lamenti, nel dittico finale, composto dalle due poesie: E così cercherai le montagne e Io lassù, nelle quali pare di ritrovare, immutati nel carattere, i vagabondi pavesiani di Lavorare stanca, come si evince dall'incipit della prima delle due poesie: E così cercai le montagne, o signore ma ancora di più coi versi che seguono a questo primo: " Archi di ponti mi vennero nel cuore, / / fili d'erba e scambi di binari. / Parole conobbi, parole di città, / e strade, e passavano carri di fieno / / e cavalli e soldati...". Nella seconda poesia il "vagabondo" ha abbandonato anche i monti dove è vissuto facendo il carbonaio; così la seconda strofa: "In principio vagai / con un poco di sole / e quattro soldi di stelle per sera. / E mi bastava; / perché meglio sentissi la mia libertà". Infine lo scacco è completo, perche siamo nell'alienante città: "E la città. La grande città. / Vi arrivai una domenica d'estate. / E da allora, anche oggi, / umiliato rasento le vetrine, / l'aria calda e odorosa dei forni; / fra le cicche e gli sputi / raccolgo la pietà del marciapiede".

   Nella seconda poesia della sezione, Negli anonimi spazi e nella terza, Tu non puoi, il tema della città nemica è affrontato in termini ancora più perentori e senza reminiscenze letterarie, così come in un inedito che pubblicheremo in appendice, perfettamente coerente con questa dilaniante tematica urbana. Non rimane che prendere desolatamente atto che: "Negli anonimi spazi / di città non ho più nulla / degli anni perduti. / Ed a quest' ora / nella vecchia casa / un topo di soffitta / si nutre del cartone / d'un cavallo a dondolo".

Altrettanto perentoriamente il poeta dichiara che: "Tu non puoi / intendere le notti / del marciapiede, / la mia vita alla luce / delle insegne luminose: / erro, con passo / da soldato sconfitto".

   Nella prima poesia di "Lamenti", Ma dove tornare, il poeta ha già preso a discorrere a ritroso, perche infatti: "ma dove tornare / se più nulla / rimane di noi; / dove cercare la sera / e il vento / che ti odora di grano / nei capelli; / dove, se non possiamo, / se inganno / è credere ancora. / E' da tempo finita / la passeggiata del sogno / al bianco santuario delle stelle. / Che pena rivederti, / amor mio, / se nei tuoi occhi / l' antico splendore rinasce / e la tua voce / mi suona immortale. / Ma dove tornare, / dove cercare di noi, / amore mio."

   Nei versi conclusivi il poeta ribadisce l'impossibilità del ritorno ai sentieri di una volta, come meglio vedremo nella prima poesia della prima eponima sezione del libro, Per altri sentieri, dove in verità si dice che il ritorno è però possibile; ma come? E' possibile solo nell'eternità della poesia e del tempo, un tempo nicciano, quello dell' eterno ritorno. E, allora, torneranno gli amanti sui sentieri di un tempo ma metamorfosati in un ' altra coppia di amanti, in degli eterni emblemi amatori.

   Per Nietzsche, comunque, l' eterno ritorno, contestando il tempo cristiano, cioè il sentimento doloroso del tempo che appartiene alla cristianità e optando per una versione gioiosa e vitalistica di questo sentimento, crede che sia realmente possibile, con un atto volonaristico, rivivere ciò che è stato. Per come si esprime Costabile in questo primo testo, sembra che la sua visione del mondo possa essere simile a quella di Nietzsche; infatti: "Per altri sentieri / torneremo alla piana / celeste degli ulivi. / Saremo / dove si leva / l'infanzia dei profumi; / dove l'acqua non si fa nera, ma vacilla di luna; / dove i passi / avranno memorie di solchi / e le dita di melograni; / dove ti piace dormire / e ti piace amare. / Sono questi gli orti, / i confini per ricordarci."

   E dunque il paesano, che ha subito lo scacco dell' inurbamento, comincia a costruire il proprio canzoniere amoroso, comincia a tessere la tela del ricordo.

   Nella seconda sezione, "Chitarra", la vicenda amorosa si colloca assai più decisamente tra il lavoro dei campi e i duri patimenti quotidiani di uomini e donne che lavorano sotto padrone; già però la prima sezione non mancava di un suo concretò realismo, che smorzava ogni petrarchismo peculiare ad un canzoniere amoroso. La donna è una lavoratrice, una che ha appena mietuto, così come la intravediamo nella penultima poesia di questa prima sezione, Tu vieni a me; ed infatti: "Coi vapori del sole / nascevano a valle / i bianchi itinerari del paese, / te ne andavi alle messi / con foglie di cedrina / fra le dita / e ritornavi a sera / con gloria di spighe / al trepido lamento delle foglie."

   Certo, in Chitarra, in quasi tutte le otto poesie che compongono la sezione, il tema realistico risalta di più, le cose e le situazioni sono meglio definite e meglio precisate tanto da capire che Costabile non ha vissuto invano il tempo del neorealismo, le speranze, i sogni e forse le illusioni di questo strabiliante periodo ella recente storia italiana, in cui era possibile nutrire veramente speranze riguardo al miglioramento dell'uomo e della società.

   Ma intendiamoci: in Costabile non esistono gli stilemi tipici dei poeti neorealisti; in lui non vedremo mai agire quelle scelte retoriche operate nella poesia neorealista: non ci sono inserzioni di espressioni quotidiane e gergali, non vengono riportati discorsi diretti, come amavano fare i poeti neorealisti per marcare la loro vocazione prosastica, non ci sono citazioni di slogans politici o abbozzi di comizi, come poteva accadere se un neorealista voleva far intendere che ogni barriera tra prosa e poesia era caduta. Non è questo il Costabile di Via degli ulivi, un poeta che chiaramente fa intravedere la sua fedeltà a poeti come Ungaretti o Montale, verso i quali è in debito di formazione. Costabile è vicino al realismo nella misura in cui lo furono un Quasimodo o un Gatto, ma con molta più asciuttezza e concretezza di entrambi.

   Quanto abbiamo detto contrasta nettamente con quello che ha scritto Ennio Bonea di Via degli ulivi, caratterizzato, a suo dire, da "un tardo ermetismo di transizione, in cui è presente la lezione ungarettiana, che scomparirà nei tempi successivi, restando solo nella traccia esteriore dei versi brevi monolessematici 5).    In Chitarra il canzoniere di Costabile guadagna un tono più popolare, assai meno aristocratico, meno etereo e meno astratto di quanto si conviene invece ad un canzoniere che voglia serbare ricordo della tradizione petrarchesca; gli amanti hanno vendemmiato tutto il giorno ed ora si riposano sotto il traino. Meglio va al padrone che può brindare con la donna forestiera nella stalla; brindare ai guadagni a cui ha decisamente contribuito il duro lavoro di chi dorme sotto le stelle.

   Nella terza sezione, Remi d'ossa, il canzoniere si aristocratizza nuovamente, perché adesso lo sfondo in cui i due amanti vivono la loro vicenda d'amore, è' quello marino. La figura della donna si fa più astratta, perde quei connotati realistici che abbiamo conosciuto in Chitarra; quest'amante, creatura marina, sembra una tipica figura poetica cardarelliana o montaliana. Come nella terza poesia ella appare: "Perfetta / ora che ti vedo / sul patino riversa, / gli occhi chiusi /alla luce del sole; e i capelli / dal colore di birra / sciogliersi a fiore d' onda,dolcemente. / Potessi averti così / sempre negli occhi, / creatura marina."    Mentre nella poesia successiva sembra invece di ritrovare l'Esterina di Montale: "Turba / l'adolescenza del tuo petto / al gioco delle spume / e la solarità dei tuoi capelli / nata d'improvviso / nel levarti la cuffia. / Un tremito di luce / scocca /sulle gocce salmastre del tuo viso. / Piaci, / creatura d'estate, / e sei dolore; / nei rearni del cielo / è l'aria di settembre, / d'abbandono."  Ma con l' amore spunta immediatamente il dolore; il dolore del tempo, quello che ogni poeta, che non si limiti alla semplice mimesi della realtà, sente in quanto la sua visione è sempre una visione-oltre. La poesia che conclude la sezione ci .conferma in una nostra illuminazione a proposito del realismo speciale che contraddistingue il mondo poetico di Costabile e cioè che tante volte i toni idillici o surreali, spesso presenti specie in Via degli ulivi, preludono poi ad un visionarismo realistico che contraddice il presunto tardivo neorealismo del poeta. Riportiamo senza ulteriori indugi il testo "incriminato", Avanzi d'ossa: "Avanzi d'ossa / corrose dal sale / di altri paralleli / stanotte / il mare risciacqua / sulla battima illune. / Lievita intorno / un sonno di annegati / e il vento / come un dio ferito / ai neri faraglioni / si rifugia. / Si perdono qui le mie notti. / E se a volte / quest'acqua mi chiama non ho che remi d'ossa per andare."  

   Pensiamo di avere fornito precise coordinate per meglio intendere la non sempre esattamente o adeguatamente bene intesa poesia di Via degli ulivi e ci conforta l'analisi filologica, dettagliata e precisa, e che tuttavia lascia presumere in uno studioso come Resta oltre al rigore scientifico anche entusiasmo per la Via, come possiamo notare riportando queste sue penetranti osservazioni: " A rileggere oggi la Via degli ulivi (1950), più che mai l'opera prima di Costabile appare solidamente radicata nella volontà e nella struttura chiusa del canzoniere, come ha giustamente intuito Iacopetta. Un canzoniere fondato sulla dialettica di congiunzione e disgiunzione con un profilo di donna che rimane baluginante, senza riscontri fisici individuanti, e che sembra piuttosto un fantasma d'amore, creato dal fondo di tuttele cose. Ma è importante che nella prima ed eponima sezione, delle quattro che compongono la raccolta, per un totale di 34 testi, quasi tutti di breve, fulmineo respiro, in questa prima sezione è importante rilevare che la dialettica presenza-assenza, realtà-sogno della donna, venga trascritta in linee endogene alla realtà naturale, attraverso cioè il ricorso insistito a metafore e simboli, attinti a ciò che nella terra nutre le proprie radici vitali: ...saremo / dove si leva / 1 'infanzia dei profumi, / ...dove i passi / avranno memoria di solchi: e le dita di melograni ...Ed ancora: ...Ho atteso le foglie gialle / come un 'ansia d'amore. / lo non so come sono le rose. / ...Attendo che tu mi porga / come allora / la prima rosa bianca / cresciuta/ sotto l'azzurro dei tuoi occhi...   

   E la campionatura potrebbe continuare a lungo. L' amore è ricerca di un "ubi consistere" nello slittamento esistenziale; è ricerca di una saldezza di radici, che dia  un minimo di tollerabilità al vivere; è rimozione del dolore nella consistenza ottimale della luce. Sicché, quando incide il momento dell' assenza e dell ' incomunicazione,  allora  i  giorni  appaiono  "fulminati", senza  scampo:  ...il mondo è in quella terra / di silenzi ! addolorati, / ed io vivo / col sale del tuo pianto...".

   E' proprio questo sfondo di natura agreste e di realtà paesana che rende possibile a Costabile inglobare senza dissonanze nella struttura della raccolta brevi microsequenze di ordine narrativo. Una sorta di fotogrammi essenziali e contratti nella loro scandita nUdità, che creano "il campo lungo" circostante allo svolgimento della vicenda lirica e inscindibile da essa. Può nascere così la storia di Lisetta, bambina caduta nel fiume prima dello scontro con l'arido vero, struggente simbolo leopardiano della distonia irrimediabile fra l'illusione e il reale, e, dunque prefigurazione dell'esito della dialettica amorosa.


l)  Veramente, nel 1950, la casa editrice senese non era ancora Maia; più semplicemente figurava come Quaderni di " Ausonia"- Siena; il volumetto di Costabile è il n.15 della collana di "poesia ausonica", "Sirena", diretta presumibilmente dal prof. Luigi Fiorentino.

 

2)  "La Provincia di Catanzaro", n.5-6, con interventi, oltre a Bosco, di Iacopetta, Lombardi Satriani, Frattini, Strati, Paladino, Accrocca, Piromalli, Nisticò, Caproni, Enotrio.

 

3)   In una successiva iniziativa, il convegno di studi sull'opera di Costabile, tenutosi a Tropea nel 1988 e i cui atti furono pubblicati ancora sulla rivista, "La Provincia di Catanzaro", Gianvito Resta, sempre a proposito di Via degli ulivi, parlerà invece di influsso montaliano.

 

4)   U. Bosco, ...Dove matura il grano, in "La Provincia di Catanzaro", n.5-6, a.1985, pagg.12-13.

 

5)  E. Bonea, Il mugugno e la bile di Franco Costabile, in "La Provincia di Catanzaro", n.1-2, 1988, pag.81. Questo numero del giornale raccoglie gli atti del convegno di studi su Costabile, tenutosi a Tropea, con interventi, oltre a questo di Bonea, di Resta, Frattini, Granese, etc.

 

 

 successiva

 

 

 

     

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 La via dgli ulivi

(Il mondo di Costbile)

di  

Francesco Caligiuri

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Sambiase

via De Pretis

 

 

                                                    CRITICA  00

Antonio Iacopetta

          Radiosa solitudine di Costabile: dal simbolismo allo sperimentalismo degli anni Sessanta.

 

   Via degli ulivi esce nel 1950, per Maia di Siena 1), quando sono passati solo cinque anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale e da quando la letteratura italiana ha adottato decisamente un modulo di avvicinamento alla realtà, diretto e quasi senza mediazione alcuna; una letteratura che vuole essere principalmente memorialistica e/o documentaristica. Tutto questo finì per chiamarsi neorealismo, senza trovarci davanti a un movimento rigorosamente organizzato. Il 1950 rappresenta il momento culminante del movimento, che sembra avere esaurito se non altro la convinta carica etica che lo ha sorretto sin dal primo momento. Del resto, già nel 1948, il neorealismo, in concomitanza con gli insuccessi elettorali e politici del fronte delle sinistre, si è un po' sgonfiato, avendo tra l'altro dato il meglio di sé con le opere di Carlo Levi o di Italo Calvino, volendo tacere, per carità di patria, delle migliaia e migliaia di scrittori, che si sono ispirati alla realtà ma del tutto privi di adeguate capacità di linguaggio, per potere esprimere artisticamente la realtà stessa; ciò non toglie che si debba rendere omaggio alle buone intenzioni degli stessi.

   E' più che comprensibile il desiderio di testimoniare o di partecipare da parte di chi usciva dalla lotta e dalla resistenza contro il nazifascismo, da parte di chi intendeva denunciare le tristi condizioni del Paese nel dopoguerra; intanto, un risultato positivo il neorealismo lo raggiunse, cioè quello di ripudiare le frivolezze letterarie di un recente passato e di attenersi, in fatto di lingua, ad un registro basso e parlato, se non proprio dialettale.

   Franco Costabile, che scrive i testi di Via degli ulivi proprio negli anni del dopoguerra, a parte alcuni di data di poco anteriore, vive questo clima di speranza,di impegno e di partecipazione, però senza lasciarsi invischiare in nessun movimento organizzato, ammesso e non concesso che il neorealismo tale sia stato.I testi di Via degli ulivi appartengono senz'altro allo spirito del tempo, che è quello pieno di speranze di rifondazione dell'uomo e della società, come è stato vissuto dagli uomini del dopoguerra nella cui mente era ancora fresco il ricordo di anni di umiliazione e di sofferenze individuali e collettive, salvo poi risorgere con la lotta armata contro i demoni nazifascisti e con l' ansia di ricostruire quanto era stato distrutto dalla furia bestiale e demoniaca dei totalitarismi.

   Anche la letteratura, il cinema, l'arte, si assumono l'onere e l'impegno della ricostruzione materiale e umana della Nazione devastata dalla guerra, aprendo gli occhi sulla realtà, non più chiudendosi nella turris eburnea degli "ermetici"; e tuttavia è enormemente ingiusto addossare alla poesia pura e agli "ermetici" responsabilità morali riguardanti i loro rapporti con la dittatura, perché invece occorre riconoscere a "puri" ed "ermetici" il coraggio etico del rifiuto dei valori sbandierati dal Fascismo. Dal punto di vista stilistico e dell ' elaborazione poetica, occorre inoltre riconoscere al Novecento e all'Ermetismo i loro meriti: la loro è una scuola di stile e di linguaggio a cui nessuno, che voglia dirsi poeta, può sottrarsi.

   Non è un caso infatti che gli unici validi esempi di poesia autentica, nell'ambito del  neorealismo, si devono a poeti, come Quasimdo e Gatto, che dalla "pura" o "errnetica" provengono, quando non ne sono stati i maestri. Altri poeti, che sono vissuti ai margini della poetica pura dominante, come Caproni o Bertolucci, ma poi non tanto ai margini, soprattutto Caproni, anche in pieno neorealismo, continuano essere poeti autentici e di valore indiscusso. Possiamo dire di più anche per poeti che non hanno mai ripudiato le loro radici ermetiche, come Mario Luzi, e , che quando, nel dopoguerra, si sono calati, pure loro, nella realtà, allontanandosi un po' dall'aura metafisica, hanno messo in evidenza che la loro presa di coscienza della realtà è stata solida e vigorosa; le due opere di Luzi degli anni Cinquanta, Primizie del deserto e Onore del vero, nelle quali la ricerca metafisica luziana investe la realtà umana, sono tra le maggiori raccolte poetiche dell'intero Nòvecento.

   Stabilito che già il 1950 è per alcuni il termine ultimo per indicare la conclusione del neorealismo (altri, si sa, protraggono il movimento  sino al 1955, anno di  uscita di Metello  d i Pratolini, con cui si sarebbe passati, con evidente